eneatomei

ora so che nulla resta

not to be me

english songs

It hurts

Withe tears in my eyes

No more words in the sky

Let me breathe please, again

You want my end

It’s the same old story

You know how I feel

I began to feel good

Leave me my mood

You don’t let me escape

You don’t give me a break

For myself now I’m gone

I want your bone

You don’t let me escape

You don’t give me a break

Don’t come in back again

Let me my brain

So today is different

I don’t speak with you there

Never with you again

I want your end

You don’t let me escape

You don’t give me a break

Don’t come in back again

I wont your end

 

My end

Never for me

Never for you

Lovers on stage

Utopia for us

You live in a corner

Inside four walls

The way of your life

My face in your mind

Still life on a table

Ginger and wine

Vegetables!

Wight is your sign

Lovers on stage

Utopia for us

Let me the end

Let me my ass

Utopia for me

Never for us

Let me the end

Let me my ass

Asshole

Now they are three

They live in a tree

Of a sacred bee

No name for me

Stoned in the see

Alone without she

I wanna my fee

I gotta for free

Now I can’t fail

My beautiful rail

Nice little jail

She sent me a mail

She never can’t fail

She was my nail

I wanna a new dee

I gotta for free

Fake (the world)

Fake, your mind!

They stay behind

They goes in the hell

With cemetery’s bell

Fake, your mind

Aaah ah ahahah

Four kids of dog

For a dick of god

Stay behind!

You don’t be my mind

I’m a mistake, yes!

More or less

Aaah ah ahahah

Fake, your mind!

Aaah ah ahahah

Fake, your mind!

Sun

Forgive me sun

Unrest less sun

Take you care

And farewell

I love you moon

I’ll see you soon

I hope the night

I say goodnight

_______________

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ASTRAL WEEKS

Dialogo per un po’ 

Sulla vita prima che sia finita

C’è stato un periodo della tua vita in cui all’alba ti alzavi e andavi a correre. Non importava dove andassi. Importava che corressi. Poi c’è stato un nuovo periodo in cui scatenavi la bici da corsa, prevalentemente nei viali della Città Universitaria. Non era l’alba ma il tramonto del fine settimana quando studenti e professori avevano abbandonato gli edifici e tutto quello spazio tornava ad essere libero e pubblico. Infine è arrivata la boxe. Allenamento tra i più pesanti ma che una volta terminato il riscaldamento regala momenti di concentrazione pura. Memoria, istinto, velocità, resistenza e potenza. E salire sul ring è come andare in scena e battersi per restare al centro e non cadere.

Hai vissuto in mezzo all’Europa. Hai girovagato per l’Europa dimenticando le estremità: Finlandia, Paesi Baltici, Bulgaria, Albania, Portogallo, Irlanda e Islanda. Ti piace il centro. Una conferma dopotutto. Potresti raccontarmi del risveglio all’alba sul treno per Bergen, di quella giornata di pioggia sulla rocca in Scozia. Della cordialità del novizio rumeno di ritorno in Transilvana o delle meraviglie del Prado, della Tate e di cento altri luoghi d’arte e di spettacolo. Mille treni presi, mille volti sconosciuti. Mille voli presi, mille parole dimenticate. Hai con te ancora mille cartoline ma a che serve ricordare?

Ma racconterai altro.

Il 25 agosto, per celebrare la morte di tuo padre, spesso hai fatto cose pazze. Salire sui duemila del Velino con un cornetto e un cappuccino. Fare il bagno a Locarno arrivando a nuoto ad Ascona. Inventarti una preghiera – tu, ateo – e recitarla sulla tomba fino a sera. Riunire quel che restava della famiglia per sentire chi, cosa e come ricordava. Comporre un questionario di dieci domande che non hai mai distribuito a cui, solo tu, ogni tanto rispondi.

Mi domando perché in ogni causa in cui ti cimenti devi sempre arrivar primo, primeggiare ad ogni costo, rivaleggiando con chiunque. Non potresti esser normale come tanti, naturale come tutti? La vita non è una gara, una competizione sportiva, una vittoria dietro l’altra, la vita ti sia cara perché è una passeggiata la sera, una domenica di riposo, una settimana di lavoro. Ci sono molte cose che non sopporti. Il pantalone rosa indossato dall’uomo, le sneakers grossolane, gli ombrelli da due soldi, i negozi che vendono paccottiglia e la musica commerciale nei centri commerciali. E tante altre cose che mi sussurrerai più avanti quando starai per svegliarti. Ora sei stanco, vedo che hai sonno.

Buonanotte

Buongiorno. Quante volte hai dato l’elemosina piangendo in cuor tuo la sfortuna altrui? Se fossi ricco, mi dicesti più volte, regaleresti molto, ma sei ricco! Sei sicuro di donare abbastanza? Quanto tieni per te? Quanto? Ricorda altresì di non oltrepassare la soglia della personale soddisfazione. Le chiese che hai visto! Una più bella dell’altra. Musei pubblici, spazi aperti. Gallerie, palazzi, giardini e piazze. Uno stupore continuo, una meraviglia mai interrotta. Sei nato nella bellezza. Sei cresciuto conoscendo il bello e riconoscendo al brutto la sua funzione. Ogni pietra e ogni oggetto decorato, scolpito in legno o in marmo. Ogni luce, naturale o artificiale. Ogni luogo, selvaggio o ben curato. Ogni anima, brutale o pia. Ogni cosa su questa terra e nella tua vita. Ama, prega, ringrazia. Riconosci all’altro i suoi meriti, perdona, fai la carità. Tu sei laico ma il tuo spirito è libero. Amati. Il più grande regalo che puoi fare a te stesso e al mondo è amarti. Ricordati dei defunti, sono la tua storia, prega per loro, sono il tuo futuro. La vita è un dono della morte.

Infinite le stazioni delle metropolitane percorse, ci hai scritto anche delle filastrocche. Avanti e indietro su treni di ogni tipo: espressi, diretti, regionali, notturni, rapidi, di servizio. Quelli a carbone visti solo in televisione. Tantissime città e cittadine: Torino Milano Parigi Lione Rennes Berlino Colonia Düsseldorf Montpellier Varsavia Danzica Cracovia Praga Dresda Amburgo Copenaghen Stoccolma Londra Brighton Cambridge Bari Firenze Palermo Napoli Messina Rotterdam Budapest prese a caso dall’elenco sterminato. Tutte le regioni tranne il Molise. Tutte le nazioni tranne Islanda Irlanda Portogallo Romania Bulgaria Finlandia Albania. Tutte le capitali d’Europa tranne quelle degli Stati poco fa citati. Non puoi rubare altro tempo a descrivere paesi e città, si potrebbe rimanere offesi da tanta ingordigia, da tanta vitalità. Partite tutti, guardate tutto. Imparate il più possibile. Godete. Crescete e moltiplicatevi.

Vai a fare la spesa, buon pomeriggio.

Tutto il tuo girare, muoverti, uscire e rientrare, aperitivi, mostre, messe, scale, automobili, scooter, tram, treni, bus, negozi da guardare, situazioni da osservare, drink e pasti da assaggiare, vivere veloce, fermarti…riposasti, ripartisti. Non ti sei ancora stancato vero? Quanto manca? Alla prossima fermata, alla prossima bevuta, alla prossima passeggiata? Poco: a Milano è Genova la porta aperta sui navigli e hai voglia di godere il tuo turismo e riempire il tuo puzzle. Quando lo appenderai mancherà sempre qualche tassello: nessuno può finire di bere l’acqua del mare, prima o poi dovrai sputare o pisciare. Anche se, a ben guardare, sarai completo ma completamente bagnato.

Sei stato così fortunato da esser baciato da persone che hanno fatto girar la testa a gente di spettacolo, uomini famosi, capi di stato. Hai amato pochissime donne e sei stato riamato da poche di più. Meglio così: l’amore raro è quello vero. Però fai attenzione: alcune le hai colte appena lasciate e oltre ad essere amato sei stato dissanguato. Sei destinato a ridar vita attraverso la follia, del tuo donarti, del tuo esserci, del tuo esser pazza verità che impazza tra milioni di finzioni. Comprendine i limiti, sii scaltro, con te stesso e non con gli altri, abita e gioisci del tuo martirio benedetto. Egli sa ripagarti se smetti quando è un bene per gli altri.

Ora lo sai, dai. Il tuo stare da solo. Raccontami. Ti piace? Cosa hai trovato? Cosa hai lasciato? Ti ho visto seduto in un tavolino a bere uno spritz. Che differenza c’è tra quel tavolino e un altro, tra quello spritz e un pastis, ad esempio? Scrivi, scrivi. Ma cosa scrivi? Perché non scrivi nel chiuso di una stanza? Perché pensi che i navigli a Milano o il quadrilatero romano a Torino possano darti quello che non trovi in casa? Dimmi. Svelami il tuo segreto. Domani ti troverai a berne un altro in qualche campo a Venezia. Perché? Incubi notturni, teste di cazzo, sornioni, gatte morte, coatte, burini, truzzi, elegantoni, mamme insoddisfatte, papà bambini, bugiardi, furbi, inadeguati, poveri, mendicanti, guardie, fancazzisti, idioti, nerd, pseudo artisti, camerieri, approfittatori, puttane e madonne, sante, impiegate, impiegati, turisti, gente che corre, che fa la spesa, che va in bici. E allora? A te importa? Non ne sei così sicuro. Sei stanco. Hai fame. Vuoi rientrare. Non cercare. Stai.

Chiediti perché indossi le Converse. Non lo sai? Sono scomodissime. Le Birkenstock? Stessa cosa ma si dice siano comode. Lo speri perché sono le calzature più brutte della storia delle calzature dell’umanità. Carino questo gioco, vuoi continuare? Le Vans? Scarpe per poppanti. Adidas e Nike… per quelli che non hanno gusto. Camper per chi ne ha troppo. Quelle da trekking per chi non ha capito dove si trova nel mondo. I sandali alla greca per i dimessi e i tacchi a spillo per gli ossessi. Scusa la domanda, ma tu che modelli preferisci? Ah ecco, sei un indeciso. Come scusa? Tutti?! Beh, non sapevo che il tuo studio sui costumi era così preciso da voler sperimentare ogni cosa, ogni posa tranne, ovviamente, il rosa. Nel circo ci sei anche tu. Chiamalo film, spettacolo teatrale, performance museale ma ci sei anche tu. Sei solo perché vuoi essere l’unico protagonista. Vuoi il monologo in mezzo a una folla di silenti comprimari. Telecamera fissa su di te, occhio di bue, microfoni sotto pelle per cogliere la colonna sonora ambientale e via! Sulla scena del mondo. La telecamera della vita. Lo spazio infinito delle azioni. Peccato che nessuno stia pagando per entrare o è consapevole di recitare. La comparsa, su questa terra, sei tu.

Fino a che non scompari.

Alda Merini nasce il primo giorno di primavera e muore il giorno dei santi. La nascita è tutto diceva Pierpaolo Pasolini ma anche la morte, e qualcuno dovrebbe dirglielo visto che è morto il giorno dei morti. Magari tu quando salirai su. O scenderai giù. Non resterai nel mezzo lo so, a costo di occupare la barca del demonio e minacciarlo di gettarlo al largo di Lampedusa.

Sei contento? Lo senti? Sei molto contento. Solo per lei saresti capace di svegliarti all’alba. Prendere ancora un altro treno a lunga percorrenza dopo la giornata di ieri. Solo con lei passeggerai per dodici ore filate. Riposerai nei campi, la fotograferai nelle calli e godrai di visioni fondamentali di ragazze su e giù per i ponti. Buongiorno Venezia! Da qualche parte, scritta su un anonimo muro hai letto la parola sciame. Ti è subito piaciuta. Quando la userai ricordati che è un regalo. Come è un regalo la possibilità di sederti e scrivere nel fresco di un santuario. Aperto, accogliente, pieno di grazia ricevuta e donata. Silenzioso. Ora hai capito. Giri perché di tuo non hai niente da dire e ti aggiri come un pescatore che spera di pescare. Hai deciso che non guarderai più in faccia nessuno perché, nella maggior parte dei casi, la bontà e la generosità non sono ripagate come meritano. E la maggior parte delle persone, come se non bastasse, è piuttosto idiota e meschina. Sarai gentile ma risoluto e farai solo quello che vuoi, per tutto il resto si fottano…

Perché mi dici tutto questo? Forse perché gli impegni che hai sono quanto di più trito tu abbia già vissuto anche se fanno parte delle tue passioni? Forse perché dopo un po’ ti annoiano anche le amicizie e le passioni? O forse perché vuoi veramente cambiare prospettiva? Faresti bene a startene per i fatti tuoi allora, straniero in patria e sconosciuto a tutti. Evitare di cercare sempre nuove situazioni in cui imbatterti, esperienze da fare, persone da conoscere. Dedicare maggior tempo a ciò che ti restituisce la vita e togliere al lavoro quella patina di perfezionismo che soffoca energie. Guardare bene l’albero e poi tagliare i rami secchi o non produttivi e creare aria tra le fronde in modo che quelli nuovi abbiano molta luce. Lavorare con più pazienza e profondità alle cose che sceglierai senza perdere l’entusiasmo, la concentrazione e la gioia.

Ma ecco che il tuo viaggio, appena cominciato, rallenta all’altezza dello scalo Tiburtino… Ma certo! Il treno ti fa l’inchino perché sa che sei sanlorenzino. Sei partito veramente e definitivamente ora: fine dei giochi.

Buon giogo!

IRON MAIDEN

La pubblicità comparativa a quel tempo in Italia era un reato e in Francia no.

Cap VII

FEBBRAIO Esami. Bretagna. Gli amici partono

– Ventinove, trenta, trenta e lode e che diamine! Assas batte Sapienza sei a zero.

– Ma la pubblicità comparativa non è reato?

– Ma non c’è confronto Domenico! La differenza di valutazione è schiacciante. E se non c’è confronto non c’è neanche la comparazione, mancano gli elementi probatori proprio.

Mi spiego meglio. Uno dei motivi – uno dei principali – che mi ha spinto a partire per l’Erasmus è il desiderio di alzare la media dei voti perché è risaputo che all’estero, almeno per quanto riguarda la mia facoltà, notoriamente avara in altezza, sono più generosi in fatto di numeri e con gli stranieri ancor di più. Non avevo la certezza matematica che le cose potessero andarmi bene ma una fondata speranza la nutrivo. Inoltre gli esami complementari – quelli che ti permettono di contribuire al bottino del voto alto – li avevo tutti sostenuti anzi, avevo finito il corso di studi quindi andavo a fare spesa di esami in più…che lusso eh!? O ingordigia, dipende dagli stati d’animo. Ebbene… è il bengodi: è tutto vero, è il paese delle meravigliose lodi, delle altezze stratosferiche della doppia cifra. Studi e sei premiato, studi e il voto ti soddisfa, studi e sei in corrispondenza con la materia e i suoi frutti.

– Studiare all’estero, questo s’ha da fare; in Italia, in questa Italia, in questo paesello malfamato, malmesso e mafioso ci prendono per il culo! È meglio che parti, è meglio che parto, che partiamo, perché il mazzo me lo sono fatto davvero e questa Renault Twingo nera la portiamo sull’autostrada direzione Bretagna e non se ne parli più!

– Sei impazzito?

– No, sono felice come non sono mai stato

– Perché?

– Perché ho sempre saputo di valere, ora mi è stato certificato grazie a questo paese, a questa università, a questa gente e quindi voglio ringraziare la gente francese spendendo i miei soldi in queste terre, tra mucche pelose, campagne sterminate, spiagge, stradine, ponti, dolmen e menhir, chiese, case di pietra e legno, bar, pescatori e fare pellegrinaggio nel respiro malinconico del nord

– Sì, sei pazzo

Sì, sono pazzo di te.

Ma questo non ho mai avuto il coraggio di dirglielo, ad Ariane. A quella ragazza francese d’origine greca di cui mi sono innamorato in Gennaio e poi a Febbraio ho continuato ad amarla senza essere ricambiato così ho smesso e ha iniziato lei ad amarmi in MARZO e ad APRILE quando per la seconda volta mi sono veramente intristito per via delle feste passate lontano da casa e perché dovevo preparare gli esami dell’ultima sessione e andare in scena con lo spettacolo ormai pronto e tutto stava finendo e gli amici partivano o erano già partiti e perché mi sono innamorato di Elisa, e non riuscivo a dirglielo, non riuscivo a dirle che pensavo a lei sempre, tutti i giorni, ogni notte e poi è arrivato MAGGIO ed Elisa è tornata da Roma dove era andata per vedere la mamma che stava male – e io non lo sapevo che stava tanto male, non l’avevo capito neanche pochi giorni prima che morisse l’estate di quell’anno – e in un pomeriggio meraviglioso passato a letto sdraiati, dopo tante ore di parole e poi di silenzi e di corpi e anime e desideri e mesi ormai passati a stare insieme finalmente ci siamo baciati ed è stato come stare in una magia, un incantesimo, come volare e nuotare insieme e restare senza fiato e poi respirare argento e seta e io ed Elisa ci siamo messi insieme e quando l’ho detto ad Ariane era GIUGNO e lei ha pianto e mi ha portato nuovamente sulle spiagge della Normandia per passeggiare insieme sui ciottoli e raccogliere conchiglie e chiacchierare e ridere forte e baciarmi ma gliel’ho detto che non era possibile una storia tra noi e che l’avevo amata per due mesi senza speranze e siamo tornati indietro, e a casa mia ha voluto per forza stare con me ma tanto ormai è arrivato LUGLIO e con lui la fine di tutto. E così è stato. E non sono mai più tornato.

Tutto quanto è stato così e adesso non c’è più niente di tutto questo. Solo il ricordo, e la scaletta compiuta all’inizio di questo racconto che resterà incompiuto perché quello che dovevo ricordare di importante l’ho scritto e il resto vada perduto come gocce di rugiada in un mattino di pioggia.

lunedì 1 ottobre 2015

h 22.50

CHAMPS

E col padrone di casa andò liscia perché non tornò che dopo la ripartenza dei miei familiari che per estrema sicurezza e per togliermi l’ansia quotidiana di vedermelo apparire davanti col suo grugno interdetto avevo stipato a casa di Domenico la notte prima dell’Epifania. Che infatti l’indomani se li è portati via.

Cap VI

GENNAIO La casa di campagna francese

– Devi riempire il bicchiere di vino

– Di nuovo?

– Che non lo sai?

– Cosa?

– Se a tavola c’è ancora formaggio si devono riempire di nuovo i bicchieri, non devono restare vuoti e se c’è vino nei bicchieri bisogna tagliare altro formaggio.

– Un cane che morde all’infinito la propria coda!

– Questa è la felicità francese

Io però non lo so, amica mia. Non lo so se la felicità è così.

Un giorno, due ore, una settimana, una vita. Io non lo so più se sta nel ricordo o nello stare del momento. Perché oggi è il futuro, oggi che ho ripreso a scrivere queste note dieci anni dopo è il futuro e quella cosa non c’è più. Non c’è più neanche la casa a dire il vero. La maison de famille. Esiste fisicamente ma chi la abita non è più chi la abitava, chi ci gioca non è più chi ci giocava e io non lo so se in cantina ci sono ancora scaffali pieni di marmellate fatte in casa e panni stesi ad asciugare. Non lo so se nel giardino raccolgono ancora le foglie cadute con pala e carriola, le portano nella stalla e poi fanno la merenda. Non lo so se servono la colazione al mattino con le baguette appena sfornate dal forno all’angolo. Non lo so se le camere da letto, il salone col camino, la cucina e il soggiorno sono sempre allo stesso posto e non so neanche se mi piace star qui a ricordare, come in un sogno sfocato ad occhi aperti. Un sogno miope. Non sono capace di resuscitare la felicità che dunque, per me, è figlia del momento in cui si manifesta. Quindi so che la felicità dei ricordi non è nel presente – perché sono stato felice laggiù – e il ricordo della felicità passata non alimenta la felicità presente ma rende tutto ancora più lontano, triste e vuoto. E come si fa ad urlare una fine con la scrittura? Continuando a scrivere all’infinito.

Quella casa stava a Morigny, alle porte di Paris ed ero nella famiglia francese della mia amica Elisa, collega Erasmus e poi più in là compagna d’amore per qualche mese. Convivenza e tutto. Mansarda su Rue de Rome, croissant, caffè e libri. Elisa: il mio grande amore francese di origine italiana.

L’ho amata dal primo momento che ho sentito la sua voce al telefono, a Roma. Senza neanche conoscerle chiamai le mie colleghe Erasmus per capire come si stavano organizzando. A quei tempi in facoltà si stava ancora parlando della Privacy. Era un termine vago, utopico. La insegnava il Prof. Rodotà a Diritto Civile. Un gran bel professore, ispirato, chiaro, coinvolto. Tanto che poco tempo fa era stato designato come Presidente della Repubblica, Purtroppo non è stato eletto e purtroppo non insegnava nella mia cattedra. Tantissimo tempo fa all’università seguivi le lezioni che volevi, non c’erano divisioni per lettera. Io non lo so come funziona oggi ma ai miei tempi dovevi giustificare il cambio di cattedra. Le condizioni per richiederlo ristrette a pochissime condizioni e l’eventualità che la grazia venisse concessa assai remota.

– E non basta il fatto che un prof mi piace e l’altro no?

– No

– Non basta che quello giudica meglio, insegna meglio dell’altro, quel programma lo capisco meglio con lui? Non è un mio diritto cambiare o no?

– No

– Allora me ne vado in un paese straniero dove vengono prima i diritti degli studenti e poi quelli dei professori

– Ne conosco uno

– Quale?

– Il paese dei balocchi, ci insegna un certo Prof. Pinoc Chio, pare sia molto bravo ad ascoltare, ha orecchie molto grandi.

– Vaffanculo Marco (Marco, l’amico del primo capitolo. NdA)

Comunque oggi che la Privacy è diventata soprattutto privazione della liberta, di alcune libertà (come ad esempio quella di usare meno carta d’albero per moduli inutili, meno vernice che inquina per tracciare linee che non garantiscono alcuna riservatezza eccetera eccetera) più che tutela di un diritto chissà cosa ne pensa Rodotà di quel suo cavallo di battaglia che lo fece diventare Garante dell’Autority preposta alla tutela della nostra. Quando lo ascoltai ad una lectio magistralis a Modena era andato oltre: parlava di avatar digitali, dell’esistenza di un nostro io composto dai nostri dati sensibili e ormai fuori del nostro controllo. Un doppio, un’ombra di bit che vive una vita sua propria all’interno della rete e che parla e racconta di noi in carne ed ossa senza che noi possiamo far nulla per impedirglielo e che anzi aumentiamo sempre di più attraverso l’adesione a portali, giochi, comunità e altre amenità virtuali. Proprio come questo mio blog. La privacy non esiste più. Anche se ci accaniamo a difenderla attraverso moduli e moduletti è stato un diritto effimero, temporalmente e sostanzialmente evanescente eppure affascinante. Come l’utopia.

Tutto questo per dire che la segreteria mi diede il numero delle mie colleghe e io le chiamai. Entrambe avevano casa a Parigi. Penso: che culo! Hanno ottenuto la borsa proprio dove hanno casa, forse il segreto è comprare casa dove vuoi andare…ma una di loro due – non ricordo il nome – la affittava durante l’anno mentre Elisa aveva casa di famiglia, anzi tutto un piano con un monolocale dove viveva il cugino e la sua compagna, una stanza affittata a un suo amico e la sua cameretta col cucinino e il bagno in fondo al pianerottolo. Esterno ma ampio e bello.

– Posso parlare con Patti Elisa?

– Sono io

– Ciao sono Enea, il terzo studente che verrà a Parigi per l’Erasmus. Mi chiedevo se hai già una sistemazione o se ne stavi cercando una, in caso potremmo farlo insieme.

– Ho casa, mia madre è francese.

– Ah…ma…in caso potresti ospitarmi due o tre giorni? Il tempo di trovare un alloggio e vado via

– Lo farei volentieri ma casa mia è piccolissima, praticamente una stanza con la cucina

Al termine della telefonata ero già innamorato. Quindi se c’era la privacy me la sarei presa in saccoccia: la privacy è contraria anche alla libertà di innamorarsi al telefono! Poi è andata che siamo stati amici per un bel po’ di tempo prima di metterci insieme. Anche perché io dovevo fare le mie esperienze dongiovannesche in tutta liberté, fraternité, egalité.

L’altra invece, forse temendo il fascino tremendo che le avrei esercitato, aveva un bilocale adatto ad ospitare, ed era stata veramente scortese a rifiutarmi il favore. Salvo poi accollarsi spesso per farsi accompagnare a casa la sera perche aveva paura o chiamarmi per farsi riparare un guasto al lavandino sempre offrendomi una – dico una – fetta biscottata con pochissima marmellata… Che pezzente. Se c’è una cosa che odio sono i pezzenti coi soldi, i ricchi di manica corta. Mi fanno schifo per la loro mancanza o poca generosità, dimostrando di non meritare la ricchezza ereditata. Sì, bisogna meritare anche ciò che si riceve per grazia o per fortuna. In questo caso la legge sulla privacy avrebbe dovuto attivarsi retroattivamente impedendomi di conoscere ‘sta tizia di cui, appunto, non ricordo affatto il nome.

Finite le feste, gennaio lo passai a studiare per preparare gli esami di febbraio.

 

Morigny

Una casa di campagna

Una stanza vecchia e nobile

E formaggi, vino rosso

Carte sopra un desco stanco

Due amici di studio

Una sera per caso

E libri e sigarette

23-24/01/98 Morigny

 

L’église

Un petit déjeuner

Confitures de maison

Un salon bien chauffé

Ça a l’air d’être bon

 

La voiture nous attende

Bien garée dans la rue

Tout à coup c’est la neige

Dans le jour du Seigneur

 

Le plaisir de nos mots

L’impatience qui monte

Petite place dans un coin

Et voilà notre église

 

Le froid tout autour

Les chanson, les prières

Le curé nous sourie

C’est la paix du Seigneur

25/01/98 Morigny

 

 

ANIMAL COLLECTIVE

Sto parlando di Parigi, del mio appannato passato e dopo quindici anni lei casualmente diventa pesantemente presente. Il giorno prima dell’azione terroristica di venerdì 13 ho sognato di lavorare nella sede semi deserta di Charlie Hebdo. Ci sono dentro strane associazioni e rimandi di senso. Poi ho sognato altre cose che accadono: perché questo sesto senso di leggere il giorno dopo o ancora dopo? Forse vengo da Marte? Sicuramente è li che manderei tutti gli stronzi bastardi della Terra: missionari del nulla a esplodere nei deserti rossi in assenza di aria.

Cap V

DICEMBRE Malinconia in Italia e prime considerazioni

Natale con i tuoi e Pasqua…pure! Le feste comandate ti ordinano di stare a casa comunque. Forse puoi organizzare autonomamente il giorno di Pasquetta, ma per il resto se sei cresciuto in una famiglia catto comunista (metà della popolazione italiana)  e hai un minimo di sensi di colpa (molto più della metà, per cui al netto quasi l’Italia intera) non troverai scampo dalla tavolata familiare.

– No mamma, non verrò

– (silenzio addolorato)

– Sono stato invitato dalla famiglia di una mia amica di Parigi

– (silenzio d’accusa)

– Se non vengo per un anno mica succede il finimondo no?!

– (principiare di singhiozzi)

– E fammi essere liberamente alternativo, me l’hai insegnato tu ad essere autonomo e libero!

– Va bene (subdolamente singhiozzando e tacitamente rimproverandosi gli errori commessi durante la mia educazione)

Tengo duro mezza giornata. Il giorno dopo prendo i biglietti per tornare a Roma e per rompere i coglioni a tutti, piazzo la data di ritorno al pomeriggio del 24 dicembre, per far capire che è un favore: mangio, scarto i regali e me ne rivado. Ma non c’è posto da nessuna parte: aereo, traghetti, treni, tutto preso. Resta un ritorno in treno il 30 dicembre. Mi arrabbio con me stesso per aver ceduto alla famiglia e compro tutto lo scompartimento decidendo all’istante di portare con me mia sorella con il ragazzo e i miei cugini, figli degli zii dove di solito passiamo le feste fino all’Epifania. La mia intenzione era di rubarli alle rispettive famiglie per compensare il furto alla mia libertà di passare il Natale dove e con chi volevo…dente per dente.

Durante il volo, per esorcizzare la paura del decollo, cominciai a fare riflessioni sociologiche a sfondo politico.

La differenza fondamentale, pensavo, tra noi, sud dell’Europa e Parigi, centro della stessa, è la considerazione che si ha dei propri simili. Basta analizzare il relativo codice di comportamento: perché la storia di un paese, marchiando il pensiero, ne determina le azioni. Fu inevitabile per l’italiaca gens sfiancata dalle continue invasioni barbariche post impero romano, vessata dal particolarismo ecclesiale legato a santuari, abbazie e certose e oppressa fiscalmente dai comuni, dalle signorie e dai micro regni, diventare corporativa, delegare la responsabilità, evadere l’etica e nascondersi nei mo(vimen)ti. L’italiano, come popolo, come comunità non è mai esistito, è esistito l’individuo italiano. Vittima, carnefice, isola, anarchico e mai insieme per spinta interna, volontaria. Contrariamente in Francia la società si fa paladina di se stessa. Composta da individui sa che la sua potenza come massa, come comunità è capace di tagliare teste anche al primo tra i primi: il re. Non ragiona come un lago di montagna ma come un oceano. A me piace il lago di montagna e reputo necessario preservarli ma quando la barbara bruttezza arriva alle nostre porte dovremmo poter esser capaci di diventare oceano.

Immediato fu l’associare quest’ultima immagine all’immagine di me sdraiato sul bagnasciuga di Copacabana con accanto due gnocche e un martini dry con olivetta. Invece atterrai a Roma e appena l’aereo decelerò la sua corsa un’ora dopo cominciai a provare un senso di oppressione, una chiusura mentale e fisica, una sofferenza inaudita. Non si trattava di malinconia, era proprio impotenza nervosa, ira repressa. Roma era la mia prigione: non mi piaceva esserci tornato, non mi piaceva rivedere gli amici, non mi piaceva incontrare i parenti. Quali amici, quali parenti? Io non conoscevo più nessuno e la mia città non era più la mia città: oramai vivevo altrove, ero cittadino del mondo. Essere catapultati nella dimensione fanciullesca per eccellenza se non sei equilibrato può essere snervante – e io equilibrato non lo ero mai stato – per cui ritrovarmi bambino dopo che ormai da tre mesi stiravo, facevo lavatrici, preparavo pasti, pagavo bollette e studiavo poteva rivelarsi una sconfitta imbarazzante e fastidiosa. Poteva anche sembrare una cosa rilassante trascorrere il Natale in paese dopo il caos mitteleuropeo ma solo se l’area fosse stata quella dolomitica, dell’Appennino tosco-emiliano, delle valli cuneesi o delle colline umbre. Tornare in provincia di Latina fu la mia Waterloo. Deprimente fu soprattutto ritrovare gli stessi stilemi di pensiero, gli stessi automatismi comportamentali e la sveglia di mia nonna che teneva il tempo al suo russare. Alla fine del soggiorno ero ridiventato un idrofobo sociopatico. Salutai con un moto interiore di gioia la cuccetta che mi avrebbe riportato nella mia nuova città e sopportai stoicamente la mancanza di luce, riscaldamento e la carovana familiare eccitata all’idea di passare il capodanno a Parigi. Un po’ meno io perché mi ero completamente dimenticato di avvertire il mio padrone di casa. Qualcosa avrei inventato, ora era estremamente importante partire e lasciarsi una seconda volta alle spalle la città eterna. Eternamente in decadenza e strafottente.

CURE

Come ho finito così ricomincio: con le donne. Una donna in particolare anzi, nemmeno una donna, una ragazza. Una ragazzina. Filosofa. Già mia madre lo è, ma da quel momento anche le mie relazioni d’amore e d’amicizia non hanno mai smesso di incrociare l’amore per la conoscenza, compreso il mio matrimonio, finito di esser celebrato quindici anni fa esatti. Minuto più, minuto meno.

Cap IV

NOVEMBRE Avventure

Lei era lì, fumata.

Affascinante filosofa francese, diciannovenne e nuda tra le mie braccia. Ci eravamo conosciuti ad una festa. Le ero piaciuto e mi aveva chiesto il numero di telefono. Ci siamo dati appuntamento all’Hotel de Ville, abbiamo fatto la spesa per la cena e siamo andati a casa sua. Un ampio monolocale arredato alla parigina su nel decimo arrondissement. Mangiato abbiamo mangiato. Parlato tanto di letteratura e fumato poi. Rimessi nel cassetto il buon Erri De Luca e l’onesto Calvino abbiamo continuato le analisi delle nostre passioni tra le lenzuola. Peccato che il mattino successivo mi ritrovai a dover fare i conti con la serratura chiusa dall’esterno perché la ragion pratica aveva dato le sue brave mandate di chiave. Delle due l’una: o non era stata una serata così memorabile tanto da esser dimentica durante il sonno (della ragion pura?) oppure voleva tenermi con sé per approfittare delle mie doti estetiche finché ne avesse avuto voglia. Non mi risposi, non volli. Dovevo stoicamente passare dai tetti e alla svelta: quella mattina in facoltà si tenevano le audizioni per formare la compagnia teatrale! Camminando sulle tegole in cerca di una via che mi portasse giù, scorsi una famiglia di orientali che per cucinare teneva le finestre dell’abbaino aperte. Cercai di spiegare la situazione ma parlavano un francese peggiore del mio e non riuscivamo proprio a capirci. Ricorsi al linguaggio gestuale. Praticamente recitai mimando cosa fosse successo. A quel punto capirono, risero, mi fecero entrare e, continuando a ridere, mi accompagnarono alla porta d’ingresso. Ringraziai con l’inchino e mi precipitai al provino.

Basta sciabolatescopatefumatenottiavventate la Francia si apprestava a celebrare un novello Marcello! Il ruolo invece che ottenni (un momento esaltante, imporsi su una platea di aspiranti francesi francofoni, la prova dei tetti all’alba mi aveva temprato) prendeva in considerazione più le mie doti buffonesche, alla Benigni per intenderci, che le mie capacità introverse e per questo ruolo l’accento italiano dava maggior colore. Insomma avevano avuto fortuna a imbattersi in me piuttosto che il contrario. Non dovevo far altro che essere me stesso, di rispettare il personaggio che era in me, di conservare insomma l’interpretazione naïf dimostrata nel provino. Il lavoro sul personaggio si rivelò uno stress che mi portò via i pochi secondi che si aspettano dall’ordinazione di un cappuccino al momento di riceverlo. Ebbi dei dubbi: che non fossi abbastanza professionale? Mi limitai a lasciarli irrisolti e ad invitare tutti i miei amici allo spettacolo. D’altronde questo era quello che mi disse il regista e questo dovetti fare per tutte le prove. Salvo poi, parecchi mesi dopo, ormai alla prova generale, dover fingere un accento italiano perché alla fine del mio soggiorno di studi, con la lingua davo certi baci alla francese che neanche Jean Paul Belmondo ai tempi dell’onda nuova.

Ma ho fatto un salto temporale troppo lungo, torniamo indietro. Torniamo al giorno in cui arrivai. A quella mattina di fine settembre in cui trascinando per chilometri le valige, arrivai enormemente sudato nella piccola pensioncina che avevo prenotato dall’Italia. Il giorno del mio arrivo, quello in cui effettivamente prendo la colazione con i croissant appena sceso dal treno. Appena prendo possesso delle chiavi, senza neanche disfare i bagagli, prendo una doccia e mi precipito al Beaubourg perché avrebbe chiuso di lì a poco per ristrutturazione e non esisteva che non riuscissi a vederci neanche una mostra. In francese si dice prendere la colazione, prendere una doccia così come in inglese prendi una fotografia. È tutto un prendere qualcosa invece di farla: hanno un senso del possesso pre-alessandrino (mi sono sempre chiesto cosa volesse dire Battiato con questa metafora ma non l’ho mai capito; è una strofa con un buon ritmo e quindi a che serve domandarsi il significato della cosa se suona bene?). La pensioncina dove ritorno quella sera è a gestione familiare araba (araba! E quindi in qualche modo pre-alessandrina?), ha un solo bagno per piano, un materasso che pende al centro e le finestre che danno sulla chiassosa piazza della Bastiglia. Ci torno col pensiero perché ora sono nel quattordicesimo arrondissement, quello della Tour Montparnasse. Una fortuna sfacciata: dopo un paio di giorni rispondo ad un annuncio alla casa dello studente e mi ritrovo la sera stessa in un appartamento rivestito in parquet, soggiorno all’americana, cabina armadio, doppia toilette e cortile per la bici. Metro Pasteur, Les Invalides sulla destra, la Tour sulla sinistra, di fronte l’Ospedale Pediatrico Necker dove sta il graffito di Keith Haring e sotto casa una brasserie buonissima. Nella pensione ora dormono i miei genitori che sono appena venuti a trovarmi. Una posizione non fortunata in cui bar e ristoranti vanno avanti fino alle due di notte, ma in generale tutto il quartiere fa parte della neonata movida metropolitana che proprio ora comincia ad affermarsi come nuova scena esistenziale serale (e seriale) di noi giovani. Economico però perché temevo che mio padre avrebbe sofferto le spese eccessive. Così questo pomeriggio sta recuperando il sonno perduto in camera mia.

La Bastille è veramente il centro culturale e multietnico di questi anni: la dimensione umana di un riassunto mondiale. Teatro, cinema, fotografia, pittura, musica, letteratura, ogni cosa e di ogni epoca e latitudine. Tanto da non riuscire a spiegarmi la coesistenza di una destra xenofoba, un atteggiamento sciovinista diffuso e una sincera passione per le differenti manifestazioni culturali straniere. Sono affascinato e curioso e se anche non avevo pronunciato il gridolino di stupore alla vista della pomposità architettonica parigina, la ricchezza della vita quotidiana compensa la freddezza della geometria urbana.

ESQUIMAUX

Tristezza

 

Pochi istanti

Piacevolmente trascorsi

Molta eternità 

Nell’impossibile ripetersi

 

9/10/98 a Sonja (Austria)

 

Cap III

OTTOBRE  Tutto

– Come ti chiami?

– Domenico

– E da dove vieni?

– Da Bologna

Un dubbio.

– Studi a Bologna ma sei del Sud…

– Sì, sono di Reggio Calabria.

Un’intensa amicizia arricchiva i miei primi giorni parigini e Rino Gaetano fu il ponte che saldò questa unione romano-reggina. Ci scambiavamo le audiocassette che entrambi ci eravamo preparati prima di partire, ci consultavamo sulla radio migliore da ascoltare, pareri sui settimanali da leggere. Non c’era impegno che potesse separarci. Cinema, pranzi a mensa, pomeriggi di studio o di svacco, cene. Sorseggiavamo vino rosso alle feste, discutendo lungamente sul senso della vita fumando e senza dimenticare di rimorchiare. Assaggiavamo formaggi, passeggiavamo di notte e cucinavamo incessantemente spaghetti.

– Prima di tutto?

– Far soffriggere la cipolla!

La nostra parola segreta, il passe-partout della convivialità. La giornata non era finita – non poteva finire! – se sulla tavola non c’era lo spaghetto affogato nel mar rosso cipolloso e innaffiato da altri mari rossi: peperoncino e vino francese, preferibilmente del Beaujolais, ma se c’era un Côte du Rhône non lo schifavamo di certo.

Per digerire le nostre fatiche ci segnammo alle lezioni di scherma che l’Università francese elargiva molto generosamente in forma gratuita a tutti i suoi studenti. Così come elargiva anche l’equitazione, il nuoto, il tennis e tutti gli sport esistenti su questa valle di lacrime denominata terra. Tuttavia ben presto mi ritrovai solo perché la passione schermidorea di Domenico trovò sfogo nell’appendersi in camera l’affiche del film di cappa e spada del momento, interpretato da Daniel Auteil. Questo fu il massimo sforzo del mio amico: piantare un chiodo senza neanche montare su una scala. Però la casacca bianca da schermidore l’aveva comprata. Col tempo abbandonai anche io perché svegliarsi alle sette di mattina, prendere l’autobus, cambiarsi e iniziare a schermare alle otto era uno sport ulteriore che non volevo praticare. Comunque continuai a gravarmi di questo impegno perché alzarmi presto, mangiare una colazione frugale, sopportare il -9 della temperatura esterna e la folla di passeggeri sul bus e sciabolare l’aria per tre ore, giustificava l’ozio per tutto il resto della giornata. Almeno di quella giornata, poi inventai altri stratagemmi per passare il tempo a non fare un cazzo.

Primo stratagemma: il teatro

Secondo stratagemma: il corso di francese specialistico

Terzo stratagemma: la scuola di diritto comparato

Quarto stratagemma: le donne

Tutto dovevo fare, non bastava studiare: andare alle lezioni, registrare le lezioni, prendere appunti – perché non si studia sui libri come da noi ma sulle dispense – , risentire le lezioni e correggere gli appunti. Dovevo fare sport, imparare tutti i diritti del mondo, imparare il francese giuridico ed economico, andare al cinema, a teatro, a ballare, alle feste Erasmus, di compleanno, imbucate, improvvisate, fumare hascisch, andare in tutte le biblioteche, mangiare a tutte le mense, mangiare al parco e iscrivermi al provino per entrare a far parte della compagnia teatrale universitaria. Tutto, tutto per rimorchiare.

Ma io sono uno timido, lo sono sempre stato. Estroverso sicuramente ma quando si tratta di fare l’affondo per il punto finale sono una frana. Forse per questo stavo andando a lezione di scherma: per imparare l’affondo finale e però le lezioni erano piene di mosse base, finte, colpi, parate, riscaldamento e qualche incontro e all’affondo finale non si arrivava mai. Con le donne io divento subito amico. Suadente e dolce parlo per ore, sorrido, ammicco, rendo l’atmosfera piacevole, così comincia a scorrere la chimica erotica ma lì resto, tergiverso, cincischio, mi gingillo e a quel punto se la donna non mi prende per un orecchio per farsi baciare tutto comincia a smontarsi, ad annacquarsi e, perduto lo slancio, perdo l’incontro. E poi tengo in piedi due o più situazioni contemporaneamente, a volte in ambienti limitrofi, tra persone che si conoscono. Questo mi mette in agitazione, mi deconcentra e nella smania di accumulare, di stringere troppo, non arrivo a nulla. Ero scappato da Roma lasciandomi alle spalle tre (o quattro?) relazioni e a Parigi stavo ripetendo lo schema di gioco in tutti i campi.

Primo campo, il teatro. In compagnia ci sono cinque ragazze e sono tutte carine da morire. Due mi piacciono parecchio, una rossa e una mora. Due le trovo molto dolci e l’ultima, quella con cui dovrò recitare di più, invece non è il mio tipo. Jella! Ma tanto già lo so che con nessuna di loro riuscirò a combinare alcunché ma almeno so che passerò dei bei momenti perché mi piace anche solo godere della presenza di belle persone. Inoltre anche i maschietti sono carini e il regista molto simpatico, forse se ci divento amico le attrici mi si faranno più vicine…

Secondo campo, l’Università con i suoi corsi e la sua mensa. Niente da dire, sguardi ovunque ma la situazione non fa al caso mio. Preferisco lavorare in ambienti raccolti, riservati: nelle cerchie di amici e conoscenti, oppure alle feste o durante una gita. Girare alla rinfusa o fare il gallo per i corridoi o mentre mangio mi fa schifo. Per questo ho in gola il cuore e mi sono morso il fegato per Fanny, la ragazza più bella del mondo. Francese tipica: biondi capelli lisci, occhi celeste celestiale, nasino su, tette a coppa di champagne strizzate in magliettina bianca, culetto stretto nei jeans, e cappottino francese. Incrocio di sguardi e di sorrisi un paio di volte per le scale e stop. Ignoravo totalmente dove fosse il suo giro e quali fossero le sue amicizie. Poi ad un certo punto non l’ho più vista, porco mondo della malora! Se almeno le avessi chiesto un’aspirina, un ombrello, una sciarpa, che cazzo ne so…qualcosa! Qualsiasi cosa. Fare l’amore, sposarci, avere dei figli, una cosa così. Una cosa qualsiasi.

Terzo campo, la scuola di diritto comparato. C’è una tedescona che forse mi fa il filo ma non mi piace.

Quarto stratagemma, le donne. Mi rendo conto che non sto parlando d’altro, quindi fine.

WE ARE CATCHERS

 

Ci eravamo lasciati sulle note dei Queen in un’aura di felicità. Non sembrava possibile ma ecco dunque avvicinarsi la terra promessa. Il viaggio è un’operazione che va affrontata per bene: non si può arrivare in uno stato estero senza un’adeguata preparazione.

Cap II

SETTEMBRE  Partenza

– Connaissez-vous bien le français?

– Eh?!

Non era corretto! Dovevano chiedermi: “Parlez-vous français”?

Così avrei risposto: “Oui”

Non sono onesto. A mala pena riesco a dire buongiorno, figuriamoci capire una frase. Eppure avevo studiato questa lingua per cinque anni, tre alle medie e due al liceo. In terza liceo avevo anche votato per proseguirne lo studio attraverso l’ora opzionale di lingua straniera, ma fummo solo in tre contro ventitré per cui non se ne fece niente. Perché tornare a casa e mangiare alle quattordici e trenta, invece che alle tredici e trenta di fronte al TgUno provoca, in noi italiani, un’alterazione gastro-mentale irreversibile? E perché non mi ero applicato veramente nello studio gli anni precedenti? E il semplice fatto di votare non mi rese più intelligente, non contribuì ad ampliare le mie conoscenze. Sia come sia al corso intensivo di francese mi inserirono al primo livello e dovetti ricominciare dall’alfabeto e dal presente indicativo del verbo essere.

Delphine, l’insegnante parigina di francese mi stregò e così passai, un po’ inebetito dalla cotta e un po’ secchione per raggiungere quanto prima la libertà della conoscenza, il secondo mese che mi divideva dalla partenza. Il primo lo avevo passato in vacanza. A Ponza a pescare pesci e nuovi amici, a Sperlonga a prendere il sole e nuove amicizie, a Napoli a mangiare cozze e nuove amicizie. Era diventato in incubo: ero pieno di comitive in tutta Roma e ora anche nel mezzogiorno. Finalmente il mese finì. Il 28 di settembre ero pronto per dichiarare a tutti: «Je m’appelle Enea Tomei, j’ai 24 ans et je suis heureux d’aller étudier le droit à Paris». Come avevo ottenuto quel posto, nonostante non fossi capace due mesi prima di spiccicare una parola non mi era ancora chiaro e, ancora oggi, resta uno dei tanti misteri della mia vita.

Preparare le valige non era un’impresa titanica: scaraventai tutto l’armadio in tre valige, le chiusi e buonanotte. Salutare tutta la mia schiera di muretti era invece molto più complicato. Ero indeciso se dare una festa fritta-mista-caramellata, dove tutti avrebbero incontrato tutti gli altri, telefonare seguendo rigorosamente l’ordine alfabetico della mia rubrica, sapendo che alla lettera C sarei morto sfinito, oppure infischiarmene completamente. Scelsi l’opzione numero tre e salutai giusto quelle due, tre persone che mi stavano a cuore: mio padre, mia madre e mia sorella. Andammo a cena nel nostro ristorante di via dei Salentini, San Lorenzo.

– Alla Gare de Lyon.

Pronunciato a mezza bocca e mentre annuivo felice (ero contento di aver scelto di arrivare a Parigi in treno).

– Perche?

– La prima volta che vai a Parigi deve essere in treno e in un vagone letto.

– Ma ci vorrà molto più tempo che in aereo.

– Ma non dire fesserie. Parto dal centro di Roma, praticamente da dietro casa perché abitiamo a San Lorenzo e posso prendere il binario uno, quello dove caricano le automobili. Parto la sera, tempo un’ora e mi addormento e la mattina faccio colazione al centro di Parigi con i croissant al burro e il caffè olè. Con l’aereo devo sbattermi a destra e sinistra per cercare i mezzi, pagare i mezzi e stare tutto il tempo sveglio a guardare il nulla da quei mezzi, ma che viaggio è?!

– Vabbè allora l’aereo è inutile…

– Non ho detto questo, dico solo che per condurre una vita romantica devi seguire i precetti dettati dal secolo del romanticismo.

– Sì ma in quel secolo mica avevano inventato l’aereo per questo viaggiavano in treno e prima viaggiavano con le carrozze trainati dai cavalli.

– Quando prendevano le carrozze il romanticismo doveva ancora nascere.

– Ma vuoi sempre aver ragione?

– Non voglio averla, ce l’ho. Sempre.

– Fortuna che parti va…così vai a scassare le palle a qualcun altro.

– Simpatica.

– Ah, si dice olè ma si scrive au lait.

– Di cosa parli?

– Ma delle tue memorie che stai già scrivendo prima ancora di partire, ti conosco. Buon viaggio.

Sorrido e penso che come mi conosce mia sorella non mi conosce nessuno. Se dovessi avere un’ora di vita la persona con cui passerei quegli ultimi minuti sarebbe lei. Mi è sempre stata simpatica ed è estremamente intelligente e sveglia anche se leggermente bugiarda, ma questo particolare la rende umana e fragile ed è per questo che la amo. Mio padre e mia madre invece non dicevano nulla e si limitavano a sorridere al botta e risposta tra me e mia sorella, così la cena prese la solita piega soffusa e malinconica che è la caratteristica principale delle nostre domeniche, delle vacanze d’estate e, appunto, di tutte le volte che andiamo a mangiare a pranzo o a cena fuori casa. Forse, prima ipotesi, sono d’accordo con me sulla questione del treno, visto il numero di valige e vista la loro avversione per l’aereo o forse, seconda ipotesi, sono preoccupati e incerti rispetto ai miei futuri movimenti per la prima volta fuori dal controllo familiare. Lasciai subito perdere l’indagine appena si affacciò alla mente questa rischiosissima seconda ipotesi: la o le risposte che sarebbero emerse mi avrebbero sicuramente obbligato ad una difesa ad oltranza delle mie piccole convinzioni, così mi concentrai sul cibo italiano che non avrei mangiato per molti mesi a venire.

E comunque la prima volta, Parigi, va raggiunta in treno, punto.

EAST INDIA YOUTH

Io so che nulla resta, ma ogni cosa può esser cominciata. Questo è un nuovo inizio. Durante l’estate ho digitalizzato piccoli scritti antichi, appartenenti a mondi lontani nel tempo e nello spazio. Argomenti differenti, età diverse per raccontare una sola cosa: la vita, la mia. Poesia in prosa o solo poesia o anche canzone. Non è narrativa perchè ogni singolo periodo non descrive, ma spera di evocare stati d’animo. Il titolo dipende. Dipende dal caso. A me piace il caso. Perchè so che non esiste. Lo scritto che segue è l’inizio di una serie. Breve. Un capitolo a settimana, secondo la scaletta. Poi cambierò.

Diritto d’esistenza

[Com’er(asmus)vamo]

Capitoli

ESTATE Spiegazioni

SETTEMBRE Partenza

OTTOBRE Tutto

NOVEMBRE Avventure

DICEMBRE Malinconia in Italia e prime considerazioni

GENNAIO La casa di campagna francese

FEBBRAIO Esami. Bretagna. Gli amici partono

MARZO Normandia e Ariane

APRILE Chiusura in se stessi

MAGGIO Elisa

GIUGNO Ancora esami e ancora Normandia

LUGLIO La fine di tutto ma ritornerò

Cap I

ESTATE  Spiegazioni

– La sua destinazione è…attenda…Paridè, buona fortuna!

Mi alzo senza parlare, senza neanche deglutire. Esco dalla stanza e riprendo fiato.

Paris? Ho capito bene? Paris?

Sì, avevo capito bene: mi aspettava un anno da Erasmus a Parigi, Parigi due. Due, perché prima viene la Sorbonne.

Erano anni che cercavo una via di fuga, una scappatoia qualunque, una possibilità di vita extra romana. Lontano dalla mia famiglia, dalle amicizie, dalle donne. Fin da piccolo non avevo mai avuto una grande forza di volontà nell’imporre ai miei genitori le mie scelte. Prima di tutto perché queste scelte non erano chiare neanche a me e poi perché pensavo, ma questo lo capii più tardi, di non meritare una vita matura, indipendente, libera e felice. Credevo fossi obbligato a corrispondere ai desideri di mio padre e di mia madre. Peccato che ancora oggi non ho ancora capito se ne abbiano e quali esattamente siano i loro desideri nei miei confronti. Così dopo un primo timido tentativo di andare a studiare Giurisprudenza a Camerino, tentai la strada ben più difficile della borsa di studio all’estero.

– Ti rendi conto che mi hanno assegnato Parigi? Paridè. La prima Università di Francia nell’insegnamento del Diritto. Ci deve essere senz’altro un errore!

Marco mi guardava interrogativo. Marco era un amico che l’anno precedente era stato in Olanda a studiare e che casualmente stava salendo le scale dell’Istituto di Diritto Comparato dove si era riunita la commissione di assegnazione delle borse di studio, mentre io le scendevo. Marco non aveva nessunissima idea di cosa stessi parlando. Aveva ragione, perché questa cosa qua io non l’avevo raccontata a nessuno, un po’ perché non ci credevo e un po’ perché se avessi fallito non avrei dovuto star lì a giustificarmi con i miei amici.

– Ho fatto il concorso Erasmus, mi hanno preso e la cosa incredibile è che mi spediscono a Parigi. Come sai la mia media è sempre stata media, ho sostenuto un solo esame durante il primo anno e nei fondamentali ho beccato un paio di diciannove e un venti per cui, come vedi, il mio curriculum di studi non è eccellente. Tuttavia nonostante fossi il penultimo in lista, nonostante assegnassero novantadue borse e io mi trovassi in centonovesima posizione e i posti in tutta la Francia fossero sette, nonostante questo ho vinto Parigi!

– Come l’Italia pallonara

– Come scusa?!

– Sei stato ripescato e magari ci sta che l’Italia va in finale e vince. Se ce l’hai fatta con questi presupposti…

Era vero, era un colpo di culo.

Tra rinunce, assenze e dribbling della sorte mi ritrovavo con una destinazione che non avrei mai sperato di ottenere, anzi che avevo preventivamente escluso al momento di scegliere le tre destinazioni desiderate, ma tant’è e qualche dea lassù nell’empireo evidentemente mi amava o perlomeno non mi schifava come facevo io con me stesso.

Continuo a camminare, oltrepasso le aule del piano terra, l’atrio della presidenza ed esco dall’ingresso principale, dove una trentina di anni prima una muta di fascisti, in una delle guerriglie del manipolo di giorni denominati sessantotto, barricatasi all’interno tirava giù sedie e altro per impedire l’accesso in facoltà, fino a tirar giù un banco.

La luce di luglio mi abbaglia e mi avvolge. Scendo le scale e con il cellulare Motorola giallo comprato da poco chiamo casa. A casa c’è quasi sempre una madre che risponde nelle case dei bravi ragazzi della borghesia media italiana.

– Mamma parto per Parigi, dieci mesi, ho vinto la borsa. Per la prima volta ho vinto qualcosa!

Stavo escludendo ovviamente le medaglie delle gare di sci durante le settimane bianche, quelle vinte a judo e a mini basket durante le elementari.

– E senza grattare cerchi dorati con le cinquanta lire o spedire punti ritagliati dalle scatole del latte della centrale.

La sua replica.

Mia madre ha un’ironia sarcastica che sfida il matricidio.

Ma il sarcasmo nasconde una grande fragilità d’animo. E trovai mia madre in lacrime che non si capacitava della mia partenza. Si accusava di mancanze d’affetto o errori commessi (avvicinandosi enormemente alla verità) e non capiva che io volessi partire per fare una nuova esperienza di studi e di vita (allontanandomi in parte dalla verità). Invece di trovare entusiasmo o gioia dovetti consolarla. Con mio padre la questione fu risolta in modo molto razionale e con logica ineccepibile: dovevo garantirgli che avrei effettivamente migliorato la mia posizione universitaria, imparato la lingua e, una volta tornato, laurearmi nel più breve tempo possibile. Promisi e lui sganciò il denaro.

Alla fine dei conti di questo si tratta: ottenere il denaro sufficiente a pagarsi un affitto e i viveri per vivere. La cosiddetta borsa di studio Erasmus è una borsa farlocca in termini economici: ti rimborsano alla fine del periodo una cifra vicina al trenta per cento delle spese che sosterrai per cui se sei ricco di famiglia lo fai. Altrimenti puoi scordartelo.

Si può provare a registrare il contratto di affitto e farsi rimborsare la metà dal governo francese ma essendo benestante questo tipo di ragionamenti non li faccio e, comunque, non è altrettanto sufficiente.

– E non posso mettermi a lavorare perdendo tempo prezioso da dedicare alla speculazione!

A voce alta, nella mia stanza e con Bohemian Rapsody a palla nello stereo a cassette.

PANORAMA STRAORDINARIO!

Questo è l’ultimo scritto di questa stagione letter(aria).

Straordinario principalmente lo userò in senso qualificativo: fuori dal comune. Secondariamente come aggettivo superlativo: in senso espressivo.

È straordinario che io scriva di martedì (oggi è il 12 maggio ed è un martedì) perché se c’è una regola cui non derogo, è che né di Venere né di Marte do principio all’arte.

Oggi però devo derogare perché è improcrastinabile interrogare il panorama.

Ho sempre osservato i senza fissa dimora, il loro abbigliamento, la loro estetica urbana. La mia attività è di osservare non di agire: non sono né un missionario né un volontario, non ne ho la vocazione, né il desiderio. Agisco attraverso l’osservazione, la successiva riflessione e la probabile traduzione in versi e/o prosa. Almeno per ora. Quest’osservazione tuttavia non è mai stata priva di dolore e attenzione per la loro condizione tragica. Tra gli esperimenti di esistenza ho avuto la curiosità di provare a essere uno di loro ma il coraggio mi è sempre mancato. Parimenti non ho alcuna vocazione francescana. Abbandonare tutto consapevolmente o meno. Non sono pronto. Sono pronto a morire per un accidente ma non a vivere di stenti. Dicono che mi lamento ad alti livelli, ed è vero, mi piacciono i lussi. Credo sia un valore che derivi dall’educazione alla bellezza che a sua volta è figlia della madre di tutte le bellezze: l’Italia.

Un’altra mia caratteristica del piacere è quello di assumere per quanto possibile alcuni canoni estetici delle cose che faccio e che sono. Mi piace così e ho tutto il diritto di farlo. Il diritto è scritto dall’essere umano ed io sono un essere umano e scrivo le mie leggi come altri esseri umani hanno scritto le loro. Cercando di nuocere il meno possibile agli altri esseri umani.

Tra le mie attuali passioni c’è la boxe. Così, da quando ho scoperto lo sport più bello finora praticato, vado e torno dalla palestra vestito come Daniel Day-Lewis in The Boxer. Più o meno. La boxe mi piace perché ha una tecnica straordinaria, fatta di attenzione e velocità, costanza, resistenza ed esplosività. Tutti elementi che fisicamente sono da me posseduti. Si vede in scena quando recito: l’unica dimensione di esistenza per me. Io sono quando sono in scena. Com’è chi scrive quando scrive o dipinge quando dipinge. In più mi riscatta da una vita vissuta all’angolo, alle corde della fatica di chi non è celebre e tuttavia non può fare a meno di allenarsi e continuare a essere se stesso nonostante tutto. L’umiltà della gavetta infinita. Mi riscatta perché mi diverte e mi mette al centro del ring a combattere, a prenderle per non arretrare, a darle per ben figurare. Sport. Gioco. Mens sana in corpore sano.

Poi torno a casa, superbamente abbigliato: converse, calzoni di lino inseriti tra calzini e scarpe in modo che ricadano in una zuava bassa, sotto il polpaccio invece che sotto il ginocchio, felpa senza maniche ma con cappuccio, indossata sul maglione di cotone a maniche lunghe oppure su una t-shirt, cuffie e borsone di pelle nera a tracolla.

Ebbene oggi, esco dal tunnel che dà principio alla Via Tiburtina e vedo tre persone che mi rivolgono la parola. Non sento per cui tolgo le cuffie dalle orecchie e dico:

Come?

Ha bisogno di qualcosa da mangiare?

(Noto che hanno buste per la spesa)

No, rispondo

Non si sa mai dice un’altra che forse ha capito l’equivoco.

Sono stato classificato come senza tetto!

Niente di male. Dal punto di vista estetico è quello che desideravo. Un abbigliamento urbano fintamente eccentrico, abbastanza sportivo e per niente hypster. Più o meno.

Però anche no, almeno non esattamente. Neanche dal punto di vista del vestiario, egregiamente abbinato anche nei rimandi di colore. Allora, penso, è l’andatura che ha ingenerato l’equivoco. Il mio passo lento e ben piantato. Però anche no perché passeggio tranquillamente ascoltando musica. Sono gli occhi allora. Specchio dell’anima che tengo spesso bassi, sia per evitare le merde sia perché mi dà più concentrazione nei miei continui viaggi del pensiero. E mi convinco che è così. Sono dunque un senza fissa dimora anche se del pensiero. Perché quelli come me la propria casa non è mai dove ci si trova. Ed è vero. Straordinariamente vero! Non sono mai realmente a mio agio in nessun posto. Neanche a casa mia, che è una regia, che è bellissima. Non sono a mio agio ora che è diventata un porto di mare, né quando vado in campagna dove sto come un lupo, né in nessun altro posto straordinariamente accogliente e confortevole. Non sono insoddisfatto. Al contrario, ho sempre bisogno di migliorare, di trovare la perfezione. Che non esiste, lo so ma non riesco a resistere ed esistere. Non riesco ad accontentarmi. Io voglio di più, sempre. Sempre più bellezza, pace, amore e fantasia. E salute.

E così vi saluto augurandovi una buona estate. Che possiate resistere all’esistenza sempre pronta a mettervi in discussione e a chiedervi se la strada per cui state combattendo sia esattamente quella che dovete percorrere e per cui siete nati.

Arrivederci 🙂

E continuerò ad essere come mi piace 

A osservare in disparte

A vestirmi come mi pare

Sperando che i senza fissa dimora

di ogni entità siano a loro agio

nel non esserlo

Sperando di costruire il mio presente

senza dimenticare il mio passato

che ora conosco

Sperando di essere armato

quando faranno il mio nome

O se sarò io a chiamare

Ps.

E penso che c’è una parte di società che non sa leggere un’altra parte di società, più contemporanea, sperimentale, fuori dai luoghi comuni. Che non sappia e non voglia capire un’altra parte di società, attiva, buona, intelligente, moderna

Penso che un’idea di vita quotidiana non sappia e non voglia un’altra idea di vita quotidiana, sociale, culturale, politica

Penso che una parte di chi governa lo sappia ma preferisce appoggiarsi al passato perché è più comodo

Penso che un’altra parte di chi governa non lo sappia proprio perché è ignorante

Penso che l’altra società possibile non è fondamentalmente pronta (non ne ha il coraggio perché ama esser definito resistente e non combattente: la resistenza però è passiva e temporalmente successiva ad un attacco)

Penso che la miglior difesa è l’attacco ma per ribellarsi bisogna dichiarare una guerra di indipendenza

Ma non sento la necessità diffusa

non sento l’urgenza

non sento verità

e parlo innanzitutto in prima persona

Penso che continueremo a leggere straordinari articoli sulla deriva culturale che citano le stesse cose che conosco da moltissimi anni se gli dei, che siamo noi, non uccidono i titani che sono loro. Purtroppo per cambiare bisogna far scorrere il sangue e questo non è bello, non ci rappresenta.

Penso in definitiva che molto lentamente – troppo – riusciremo a sostituirci ai titani, sperando nel frattempo di non esser diventati come l(oro).

Questa è la mia unica paura: diventare come non sono e combattere, attaccando, quello per cui ho lottato fino ad oggi: la libertà